Sul ruolo dei giornali nel web ed altre riflessioni

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L’altra settimana ho avuto l’opportunità di conoscere le menti dietro al nuovo prodotto di editoria online (giornale mi sembra limitativo) Linkiesta.

Conoscevo già Linkiesta, mi è capitata di soffermarmi più volte su loro articoli particolarmente interessanti arrivandoci dal classico Google Alerts.

Si tratta di un progetto nato due mesi fa e devo dire che di strada in appena due mesi ne ha fatta davvero tanta.

Il punto di forza sono una serie di articoli-approfondimenti sugli esteri che si discostano davvero tanto dai classici pezzi letti sui “famosi” e che vengono corredate da fotografie veramente belle.

A mio parere, perlomeno ora, si tratta di un ottimo giornale da aggiungere alla lettura di news più ampie. La redazione infatti, sembra curare di più la qualità degli articoli piuttosto che la quantità.

Ma torniamo a noi.

Mi sono presentata all’incontro con l’immancabile iPad e questo ha dato inizio ad una serie di riflessioni sulla situazione dei giornali online in Italia e in USA.

Io sostenevo come app come quelle dei famosi Corriere e Repubblica fossero pressoché utili sono in caso non accadesse nulla. Il che è quanto meno interessante: un media che fa informazione utile solo nel momento in cui l’informazione è già nota…

Quando si è verificato il terremoto in Giappone e lo tsunami subito dopo, le app in questione hanno dimostrato la loro assoluta inutilità, in quanto permettevano di vedere sempre e solo le notizie disponibili nella versione cartacea disponibile in edicola. Ma sinceramente… perché dovrei vedere su un dispositivo iperconnesso come l’iPad una notizia già vecchia nel momento stesso in cui esce?

Nel caso del Giappone, le notizie correvano su Twitter.

Su Twitter c’è rumore, ci possono essere notizie non verificate, bufale, notizie non accurate, ma sono in tempo reale. Esiste poi, soprattutto per certi Paesi come il Giappone, una social regulation delle notizie.

Ma un giornalista, come può utilizzare una fonte come Twitter?

C’è chi decide di fare la lotta ai social, chi lo usa come canale univoco per spammare i propri articoli, chi copia pedissequamente le notizie senza nemmeno verificarle…

Di un utilizzo sano di twitter da parte dei media italiani, al momento, nemmeno l’ombra.

Un paio di giorni dopo il nostro incontro, Linkiesta ha pubblicato una serie di articoli interessanti ed intimamente connessi al problema:

Il mondo dell’informazione si trova a dover affrontare una serie di problemi come la velocità dell’informazione e la sete di notizie del grande pubblico, la grande competitività della rete (pochi prima avrebbero comprato più quotidiani giornalmente, ma è normale visitare più siti in un giorno) e la difficoltà del verificare fonti e notizie sparse su un territorio globale e virtuale in tempi rapidi.

Aggiungiamo che la conseguenza di queste difficoltà porta ad una drastica riduzione di entrate per le varie testate, ed il quadro macroscopico sarà quasi completo.

La domanda a cui, finora, pare che nessuno abbia dato risposta è come organizzare un media di informazione al passo coi tempi.

Snellezza dei processi, velocità di scrittura e di recupero/verifica delle fonti, riorganizzazione aziendale. Ma poi? Da dove arrivano i guadagni? Il caso del New York Times in questo senso è emblematico.

Questa vuol solo essere una riflessione personale, l’argomento mi interessa e mi stimola. Qualora voleste approfondire mi trovate qui.

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